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Sunday, 26 October 2014

Da insopportabile sputasentenze a Giovane favoloso


 


Ricordo di avere detestato Leopardi da adolescente. Perché? Forse perché mi veniva presentato come un giovane aristocratico scorbutico e altezzoso, con l’attenuante di essere storpio e sfortunato in amore. Non ricordo da chi ho assorbito queste nozioni, ma certamente si trattava di qualche insegnante che non lo amava molto.
In modo incongruente ero ipnotizzata e commossa dai versi de “L’infinito”, “Alla luna”, “Il passero solitario”, ”A Silvia”, in cui mi pareva che bellezza, melodia e sublimi pensieri si mescolassero per produrre qualcosa d’incomparabile. Allo stesso tempo mi irritava l’arroganza di quello che percepivo come un privilegiato verso il resto del mondo, il suo scherno verso gli umili e i loro innocenti passatempi. Vedevo la perfezione della poesia e la meschinità dell’anima. In realtà non avevo capito quasi nulla.

L’opinione si modificò in parte durante i corsi universitari che approfondivano l’arte – e la vita, ma senza necessariamente collegare inestricabilmente la prima alla seconda – del poeta. Studiai oltre ai Canti le Operette morali e lo Zibaldone. Ero confusa dalla profondissima conoscenza che dimostrava di quasi tutto lo scibile umano; questo tuttavia non me lo rendeva più simpatico. Ero convinta del suo valore artistico e dalla sua erudizione, nonché delle sue idee liberali, agnostiche e anticonformiste che mi erano state rivelate; per il resto mi lasciava fredda.

Poi è arrivato Il giovane favoloso di Mario Martone, il regista di cui avevo già visto e apprezzato Noi credevamo. Ero curiosa di vedere la sua resa del tema e quindi sono andata a vederlo.
 

Devo dire che non mi ispirava la scelta del protagonista Elio Germano, perché nei film che avevo visto fino a quel momento non mi era piaciuto molto. La sua caratterizzazione tende alla caricatura, anche in questa pellicola, ma forse il gigionismo non è  prescindibile dall’interpretazione. Dopo tutto se si vuole interpretare Leopardi non si può farlo sottotono. Però, però… ho trovato una certa credibilità espressionistica; la sofferenza interiore e il dolore fisico si fanno persona, più che personaggio. Gli slanci, le passioni, la furia impotente contro l’ambiente aristocratico, conservatore e bigotto sono piuttosto convincenti.

Sebbene non possa ancora definirmi del tutto “convertita” al culto leopardiano, devo ringraziare Germano, Martone e il cinema per avermi avvicinato un po’ di più al poeta, che ormai non vedo più come il rampollo stizzoso e infelice della nobiltà feudale recanatese e papalina.
 
 
DaniBlue

26 ottobre 2014
 

 

Wednesday, 2 October 2013


Ho appena visto una pellicola che non immaginavo suscitasse in me sentimenti tanto forti. Si tratta di "Parada" di Marco Pontecorvo, la storia di un artista di strada parigino che decide di andare in Romania per offrire la sua opera ai ragazzi di strada. La conoscenza diretta con loro cambierà la sua vita per sempre, ma, quello che più conta, cambierà la vita dei ragazzi in meglio.



Basata su un esperimento reale, i centri "Parada"si sono moltiplicati in poco piu' di dieci anni e contano ora piu' di 1000 iscritti, giovani tolti dalla strada che hanno imparato le arti circensi e si esibiscono in pubblico dopo aver ritrovato una propria dignita'.
Immagini forti, da cinema neorealista, con piccoli attori perfettamente convincenti, coinvolti nella propria storia, che mescola spietatezza e tenerezza in un ambiente ostile a tutti, e in particolare ai piu' deboli.


Dopo una prima parte durissima, la seconda si apre alla speranza. Reminiscente di "Si puo' fare". Coinvolgente.

 
 
 
 

Sunday, 22 September 2013

Perché deprimersi? (Recensione cinematografica)



Ieri sera sono andata al cinema attratta dal nuovo film di Gianni Amelio, L'intrepido, con Antonio Albanese, film molto bene accolto dalla critica del Leone d'oro di quest'anno.


Premetto che considero Amelio uno dei registi più sensibili nel panorama attuale ed ero stata toccata da quel piccolo capolavoro di Le chiavi di casa, in cui Kim Rossi Stuart non era mai stato tanto bravo e convincente, e inoltre sono una fan di Albanese, un attore di enorme intelligenza, la cui maschera buffa e bonaria è capace di travolgenti trasformazioni (penso a Qualunquemente di Giulio Manfredonia).

Ciononostante non sono riuscita a reggere L'intrepido. Le premesse erano ottime: una trama  originale sullo sfondo della crisi economica attuale, ambientata nella malinconia di una Milano invernale, in cui un uomo senza lavoro fisso si adatta, anzi si appassiona, a fare il "rimpiazzo", cioè a sostituire chiunque non possa svolgere le proprie mansioni per periodi da due ore a pochi giorni, in impieghi che vanno dal manovale, al tramviere, dall'aiuto cuoco al consegnatore di pizze a domicilio, dal pagliaccio che intrattiene i bambini in un centro commerciale all'uomo che incolla i manifesti.





Tutti questi aneddoti sono mostrati con ironia e simpatica leggerezza, accennando anche ad aspetti meno fortunati, che però Antonio affronta sempre con il sorriso.

Poi, improvvisamente, la trama si fa cupa: apprendiamo che Antonio studia di notte e in tutti i momenti liberi per presentarsi a un concorso pubblico, che è al servizio di un boss malavitoso che non lo paga, che vive da solo, ma ha un figlio (Gabriele Riendina)
che gli regala calzini bucati per compassione.
Subentra anche l'aspetto romantico: al concorso pubblico passa le risposte ai quiz alla sua vicina che aveva lasciato il foglio in bianco.


Questa ragazza (Livia Rossi)
la incontra di nuovo allo stadio, mentre fa le pulizie con una squadra di spazzini. La riconosce e di lì iniziano a frequentarsi. Lei è una depressa cronica, da sempre disoccupata, incapace di vedere qualsiasi aspetto positivo della vita. Il figlio, sassofonista, soffre di paura del palcoscenico, la moglie la vede "qualche volta, da lontano" e uno dei suoi "rimpiazzi" consiste nell'accompagnare un bambino da un maniaco, che gli si fa credere sia il padre. A questo punto Antonio getta la spugna e, non più sorridente, se ne va condonando tutti i debiti al suo sfruttatore, che lo sbeffeggia.


Ed ecco approntato lo sfondo plumbeo su cui Amelio tesse la tragedia.
Non posso dire altro, perché a questo punto ho abbandonato la sala per difendermi da un imminente attacco di depressione. Grazie, Amelio.