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Thursday, 3 October 2013

Dagli stracci ai velluti

 

Iniziò tutto negli anni quaranta, durante la Seconda Guerra Mondiale. C'era una giovane la cui casa a Milano era stata bombardata dagli Alleati. Aveva perso il padre a tredici anni, lasciando lei e sua madre nella miseria. Questo significava che, benché fosse una scolara brillante, fu costretta a lasciare gli studi e andare a lavorare per sostenere se stessa e la mamma, la cui paga di domestica non era sufficiente per due persone.

Divenne apprendista sarta e ben presto eccelse nei risultati. Difatti era talmente brava che cominciò ad avere clienti in proprio, oltre a quelle della sartoria nel cui laboratorio sudava per dodici ore al giorno. La sera lavorava a casa, approfittando della luce naturale, dato che non potevano permettersi la corrente elettrica. Ciononostante il numero delle clienti private continuava a crescere, sicché le due donne cominciarono ad avere una vita meno stentata. Poi caddero le bombe, loro persero tutto quello che avevano, così abbandonarono la città e sfollarono in una zona meno esposta, in un istituto gestito da suore in Brianza.

Qui la giovane non perse tempo e presto si costituì una solida clientela, che apprezzava molto il suo talento sartoriale. Dopo qualche anno la guerra finì, quindi la giovane con la madre poterono rientrare a Milano.



La loro casa non c'era più, ma riuscirono a trovare una sistemazione alternativa, dove la madre fu assunta come portinaia. La figlia invece proseguì la sua attività e presto le sue clienti aumentarono  sensibilmente di numero e di qualità.







Era molto richiesta, e fu in quell'epoca che incontrò un giovane affascinante che aveva la sua età ed era anch'egli dipendente di una sartoria da uomo piuttosto nota.

Anche lui proveniva da un passato molto umile in campagna e aveva lasciato la scuola troppo giovane per essere indipendente. Era dunque arrivato in città al seguito dei suoi fratelli e sorelle e si era messo subito a lavorare. I due giovani si innamorarono, si sposarono e decisero di aprire una sartoria in proprio.

Misero assieme i loro sudati risparmi e pagarono una caparra enorme (per i loro mezzi) su un appartamento in centro. In quei tempi le truffe erano frequenti: furono defraudati della caparra da truffatori senza scrupoli che avevano usato lo stesso trucco con un numero di altri ingenui inquilini speranzosi.




Nonostante ciò lavorarono ancora di più, rimisero insieme un gruzzoletto, trovarono l'appartamento perfetto per aprire un laboratorio e per allevare la famiglia. Si trovava nel posto più ambito, nel cuore del distretto della moda milanese, che sarebbe diventato il fulcro dell'alta moda mondiale: Via Monte Napoleone.




Nel frattempo arrivarono i figli, quattro in tutto, ma l'azienda familiare continuò  ad andare sempre meglio, grazie al lavoro indefesso della coppia che aveva iniziato dal nulla, ma la cui tempra era d'acciaio. Lavoravano anche di notte per soddisfare le richieste delle clienti, non concedendosi quasi mai un giorno di vacanza. La vita continuava per loro come se stessero ancora combattendo per la sopravvivenza, cosa che con quattro figli non era troppo inverosimile. Non si permisero mai una tregua, non viziarono mai i figli, non fecero mai concessioni, sebbene non facessero mai mancare loro l'essenziale e trasmisero loro una fiducia incrollabile nelle proprie capacità. Dicevano: “Non possiamo darvi il lusso o la dote, possiamo darvi soltanto il nostro amore e un'istruzione per tutto il tempo che ve la meriterete; oltre a quello, potrete contare soltanto sui vostri mezzi.” (Tra parentesi, tre su quattro arrivarono a laurearsi e uno prese la maturità.) Furono genitori affettuosi con principi altissimi e inflessibili; a volte i figli non li sopportavano, ma col tempo giunsero ad apprezzare la lezione inestimabile che avevano appreso.


Avevano imparato che nella vita niente è regalato; che il denaro, il successo e i riconoscimenti li si devono meritare; che non serve adagiarsi sugli allori e sperare nella sorte. E ringraziano i genitori per l'esempio solido che hanno dato, qualcosa che è radicato dentro di loro e si augurano che i propri figli possano anche loro imparare dalla loro storia, la storia di Angelina e Adone, i miei genitori.
 

 


Sunday, 22 September 2013

Perché deprimersi? (Recensione cinematografica)



Ieri sera sono andata al cinema attratta dal nuovo film di Gianni Amelio, L'intrepido, con Antonio Albanese, film molto bene accolto dalla critica del Leone d'oro di quest'anno.


Premetto che considero Amelio uno dei registi più sensibili nel panorama attuale ed ero stata toccata da quel piccolo capolavoro di Le chiavi di casa, in cui Kim Rossi Stuart non era mai stato tanto bravo e convincente, e inoltre sono una fan di Albanese, un attore di enorme intelligenza, la cui maschera buffa e bonaria è capace di travolgenti trasformazioni (penso a Qualunquemente di Giulio Manfredonia).

Ciononostante non sono riuscita a reggere L'intrepido. Le premesse erano ottime: una trama  originale sullo sfondo della crisi economica attuale, ambientata nella malinconia di una Milano invernale, in cui un uomo senza lavoro fisso si adatta, anzi si appassiona, a fare il "rimpiazzo", cioè a sostituire chiunque non possa svolgere le proprie mansioni per periodi da due ore a pochi giorni, in impieghi che vanno dal manovale, al tramviere, dall'aiuto cuoco al consegnatore di pizze a domicilio, dal pagliaccio che intrattiene i bambini in un centro commerciale all'uomo che incolla i manifesti.





Tutti questi aneddoti sono mostrati con ironia e simpatica leggerezza, accennando anche ad aspetti meno fortunati, che però Antonio affronta sempre con il sorriso.

Poi, improvvisamente, la trama si fa cupa: apprendiamo che Antonio studia di notte e in tutti i momenti liberi per presentarsi a un concorso pubblico, che è al servizio di un boss malavitoso che non lo paga, che vive da solo, ma ha un figlio (Gabriele Riendina)
che gli regala calzini bucati per compassione.
Subentra anche l'aspetto romantico: al concorso pubblico passa le risposte ai quiz alla sua vicina che aveva lasciato il foglio in bianco.


Questa ragazza (Livia Rossi)
la incontra di nuovo allo stadio, mentre fa le pulizie con una squadra di spazzini. La riconosce e di lì iniziano a frequentarsi. Lei è una depressa cronica, da sempre disoccupata, incapace di vedere qualsiasi aspetto positivo della vita. Il figlio, sassofonista, soffre di paura del palcoscenico, la moglie la vede "qualche volta, da lontano" e uno dei suoi "rimpiazzi" consiste nell'accompagnare un bambino da un maniaco, che gli si fa credere sia il padre. A questo punto Antonio getta la spugna e, non più sorridente, se ne va condonando tutti i debiti al suo sfruttatore, che lo sbeffeggia.


Ed ecco approntato lo sfondo plumbeo su cui Amelio tesse la tragedia.
Non posso dire altro, perché a questo punto ho abbandonato la sala per difendermi da un imminente attacco di depressione. Grazie, Amelio.