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Saturday, 25 January 2014

Sottosopra 2 : In Auto da Auckland a Coromandel e Ritorno



Sulla Toyota Corolla a noleggio percorriamo l’unica autostrada del Paese, la Motorway n. 1, e usciamo a sud di Auckland, poi prendiamo la statale N. 2, la 25 e quindi la 25A per la penisola di Coromandel, a NE.
Il percorso di circa 200 km è pittoresco e dura circa tre ore, la strada è stretta, con tante curve e a volte toglie il fiato tanto è impegnativa. Ma ne vale la pena. Arriviamo a destinazione verso l’una.



Tairua è una perla di località turistica che sorge all’estuario del fiume Hikuai, con un porto interno e uno esterno, dominato dalla collina residenziale di Paku e con un traghetto che la unisce a Pauanui. Arriviamo al cottage di Joan e Peter, i nostri secondi “scambisti”.  Non ci sono, però hanno lasciato una nota: “Stiamo pranzando nel villaggio, raggiungeteci”.
 
Loro sono una coppia di pensionati della scuola, con domicilio a Hamilton e seconda casa qui. Siamo d’accordo che noi staremo a Tairua una decina di giorni mentre loro torneranno a Hamilton. Abbiamo anche il permesso di invitare Chris e Ian a passare con noi qualche giorno. Il cottage è grande e spartano, ma ben attrezzato e con un orto-giardino, tavolo e sedie da picnic e un superbo albero di pompelmi da cui ci serviamo abbondantemente, assaporando gli agrumi più dolci e succosi mai assaggiati di questo tipo. Il retro del cottage dà sul bush, la boscaglia, attraversato un breve tratto della quale si arriva all’estuario che è possibile passare a piedi con la bassa marea. Al di là si è nella zona commerciale della cittadina. Vi è anche un ponte pedonale da cui ci si può tuffare con l’alta marea senza rischi, dato che il fondale è di sabbia soffice e tiepida, un solluchero per le piante dei piedi. La costa oceanica è anche qui spettacolare e drammatica e i tramonti sono tra i più struggenti che abbia mai visto – teneri, al rallentatore, con un milione di sfumature dal rosa, al turchese, al blu, al viola vellutato. Me li sono goduti con le lacrime agli occhi per l’emozione.
 

 


Tairua è il nostro campo-base per visitare il resto dell’Isola del Nord. Mi era venuta voglia di vedere i luoghi dei set che Peter Jackson ha utilizzato per la sua saga cinematografica del Signore degli anelli. Per questo motivo ci siamo messi in marcia verso Matamata, capitale dell’allevamento equino, dove era stata ambientata Hobbiton, la città degli Hobbit. Un pullman ci ha scarrozzato attraverso verdi paesaggi rurali, fino al “centro” di Hobbiton: una conca disabitata con un laghetto e nessuna casa in vista. Del set era rimasta solo la facciata di una “tana” in compensato, con un’apertura circolare. Probabilmente ora non c’è più nemmeno quella. Ci siamo fatti scientemente infinocchiare una volta, e ci è bastato.
 


Da Matamata partiamo per Waitomo, famosa per le grotte costellate da larve luminescenti di Arachnocampa luminosa, un tipo di moscerino che produce filamenti di bava fosforescente per catturare il cibo. Si accede alle grotte buie come la pece in barca a remi e occorre rispettare il silenzio tombale. L’effetto dei milioni di filamenti fosforescenti che imitano il cielo stellato è strano, ma non travolgente. Pernottiamo in un simpatico motel, il Caves Motor Inn,  con ottima cucina e una camera grande come una piazza d’armi.
 

L’indomani partiamo per il lago Taupo, il più grande della Nuova Zelanda, 616 km², che riempie un cratere vulcanico. E’ una maestosa distesa d’acqua, dicono molto pescosa, per cui decidiamo di fare una spedizione di pesca l’indomani mattina molto di buon’ora. Pernottiamo al Rainbow Point Motel. Levataccia alle 6, rapida colazione e imbarco sul Te Arani II, piccolo peschereccio capitanato da Gus, la nostra prima guida Maori, che ci accoglie sorridente. E’ una giornata coperta, la luce è molto debole. Ci addentriamo verso il centro del lago e Gigi lancia la lenza. Niente. Secondo tentativo. Di nuovo niente. Gus si sposta di un centinaio di metri e altro tentativo di entrambi. Stesso risultato. Gus sospira e comincia a dire che siamo partiti troppo tardi, ma sicuramente prenderemo qualcosa. La mattina procede così: ci spostiamo di poche centinaia di metri e ogni volta che Gigi e Gus lanciano l’amo ottengono lo stesso risultato. Dopo tre ore decidiamo di rientrare. Adesso Gus afferma categoricamente che siamo partiti troppo tardi e che i pesci non ci hanno aspettato. La nostra pesca non è stata fortunata. Pazienza. Del resto, i pesci del Taupo sono trote di importazione, visto che non ce ne sono di autoctone. E di trote a casa ne mangio fino alla nausea.
 






Come consolazione, ci avviamo ad ammirare le cascate selvagge di Huka e la zona geotermica di Wairakei, con le sue pozze di fango ribollente e solforoso.


 


Geologicamente, l’Isola del Nord poggia su un mare di magma, come testimoniano i numerosi vulcani e le innumerevoli zone termali disseminate un po’ dappertutto. Seguendo la direttrice principale arriviamo a Rotorua, capitale Maori, sul lago vulcanico omonimo. Già in avvicinamento avvertiamo l’odore di zolfo che permea tutta l’area. Un po’ dispiaciuti, rinunciamo a una visita del luogo e rientriamo a Tairua.


 


 LE CATTEDRALI NATURALI DI COROMANDEL.

La mattina dopo, come previsto, arrivano Ian e Chris. Loro due sono la coppia più simpatica e informale che ci si possa immaginare: ospitali, cordiali, generosi e avventurosi, nonostante Chris sia vicina all’età della pensione e Ian si sia già ritirato dal mondo del lavoro, approfittano della loro fortuna e disponibilità a viaggiare e vanno instancabilmente in giro per il mondo dato che le loro famiglie  sono sparpagliate per i cinque continenti. Amano la vela, il nuoto, lo sci, il trekking (che qui si chiama tramping), la compagnia, la birra, i barbecue. Sono stati felici di accettare l’invito a Tairua e ci hanno organizzato una visita a Hahei, una località più a nord, dove vive Ross, il fratello di Ian, con la sua famiglia. Partiamo dunque per Hahei, famosa per Hot Water Beach e principalmente per Cathedral Cove.

 
Hot Water Beach è una spiaggia molto frequentata dove esistono correnti calde sotterranee che con la bassa marea vengono sfruttate dai turisti, i quali scavano buche nella sabbia per rilassarsi nell’acqua calda. Si vedono un sacco di persone con pale – si possono affittare – che scavano la propria “vasca” e ci si immergono. Bisogna però tenere d’occhio le maree e le pericolose improvvise correnti di risacca. Dicono che in molti hanno perso la vita per sbadataggine.




Cathedral Cove invece è una baia con formazioni calcaree spettacolari, una delle quali ha dato nome al luogo. Ross ha un piccolo cabinato a motore in giardino. Lui e Ian lo rimorchiano dietro il trattore; saliamo tutti – meno Ross, che guida il trattore – in barca e arriviamo per strada in baia su quattro ruote. Lì il rimorchio viene sganciato e il motoscafo fatto scivolare in acqua. Che magnificenza naturale, il contrasto tra il bagliore della spiaggia bianca e il turchese dell’acqua e, man mano che ci allontaniamo da riva, appaiono le rocce candide di tutte le forme e dimensioni: colonne, archi, funghi, grotte misteriose e infine ecco la “cattedrale”: un’enorme arcata gotica a tutto sesto come ingresso con alberi al posto delle spire sopra e intorno al corpo maestoso della caverna. Davvero mistica.
 




 
 
Di nuovo a casa di Ross, ci godiamo una fresca birra e un succulento pranzetto preparato da Sandy, la moglie, serviti sul loro terrazzo con vista. Prima di sera ci congediamo e torniamo a Tairua con Chris e Ian.


 
L’indomani è prevista un’escursione nel bush, sulle Broken Hills che formano la spina dorsale della penisola di Coromandel. Dopo una ricca colazione in giardino, prepariamo un picnic da portarci in escursione, poi ci mettiamo in marcia. Queste spettacolari colline nascondono antiche miniere d’oro in disuso scavate nel 19° secolo, i cui tunnel di ingresso sono disseminati nella boscaglia. Soprattutto maestosa è la vegetazione. Camminiamo nel verde sotto una volta di imponenti cabbage trees e felci arboree, che attutiscono l’impatto del sole a picco.
 


 
Coromandel è una delle destinazioni preferite dell’Isola del Nord. La sua è una bellezza aspra e selvaggia, il suo carattere incontaminato. La Natura è sovrana e qui sono presenti alcune specie che sono quasi estinte nel resto del Paese. La costa è ugualmente strabiliante. Seguiamo il Terzo Ramo del sentiero di Tairua e camminiamo per ore senza incontrare altri esseri umani, accompagnati costantemente dal canto melodioso del tui (Prosthemadera novaeseelandiae). Infine ci accomodiamo lungo un ruscello per consumare il meritato picnic.
 

 


Il giorno seguente, partiti Chris e Ian, trascorriamo la nostra ultima giornata a Tairua. Saliamo in cima al Paku, da cui si domina tutta la costa, gli isolotti e la baia di Pauanui. Paku era un vulcano che il secolo scorso ha eruttato e acquisito il tipico profilo a due vette. I suoi fianchi sono ora coperti di lussuose seconde case. Scendiamo poi di nuovo al mare e percorriamo l’infinita spiaggia deserta di Pauanui; gli unici esseri umani in vista sono una dozzina di surfisti che si esibiscono in evoluzioni, alcuni cavalcando per centinaia di metri la cresta delle onde. Mirabolanti. 

 


 


Il respiro dell’oceano regala ebbrezza e una gioia senza confini, come una droga. Il blu del mare e del cielo, il bianco della sabbia, il tepore della brezza, il distante ruggito delle onde, tutto parla di libertà. Potrò mai dimenticare i colori, i suoni, i profumi, la sensazione inebriante? Credo di avere provato qui la vera felicità.


Ahimé, la vacanza volge al termine. Rientrati ad Auckland, Ian ci accoglie con un enorme e succulento snapper affumicato da lui. Una delizia. L’indomani andiamo a Cornwall Park, per dare un’ultima occhiata alla città dall’alto e  congedarci dai nostri amici.

 


ENOHO RA, ATEAROA! (Ciao, Nuova Zelanda!)

(continua)

 

Sottosopra 1 : Viaggio agli Antipodi (Auckland - Muriwai - Karekare)

 
 


Qui comincia l’avventura
dei signori Bonaventura…”

Prendo a prestito questo tormentone, leggermente modificato, di Sergio Tofano dal Corriere dei Piccoli degli anni Cinquanta con il quale cominciavano tutte le settimane gli episodi del fortunatissimo personaggio dei fumetti che alla fine guadagnava sempre “un milione”.
I signori Bonaventura in questione siamo io e Gigi, che intraprendono un viaggio agli antipodi in cerca dell’esotismo estremo rappresentato dalle due grandi isole dell’arcipelago neozelandese, l’Isola del Nord e l’Isola del Sud, bizzarra riproduzione capovolta e rovesciata dello Stivale, esattamente a 180 gradi rispetto alla nostra penisola, isole circondate dall’oceano Pacifico e lontane dal resto dei continenti. La “vicina” Australia dista 1500 chilometri.


Il nome originale usato dai primi abitanti, i Maori, arrivati dalla Polinesia nel 13°-14° secolo in molteplici ondate su imbarcazioni affusolate e precarie, è molto poetico:  Aotearoa, o “terra della lunga nuvola bianca”. I Maori sono tuttora presenti, ma il loro numero non è in aumento, rispetto alla maggioranza – rappresentano meno del 15% della popolazione - , per alta incidenza di malattie, bassa aspettativa di vita, disoccupazione, elevato tasso di suicidi, criminalità e altri problemi sociali.


Come primi abitanti, erano genti guerriere e provetti pescatori. Non avevano il concetto di proprietà della terra e quando arrivarono intorno al 1700 i primi occidentali – Abel Tasman fu il primo nel 1642, poi James Cook nel 1773 – vi furono scontri, seguiti da trattative commerciali, e dal Trattato di Waitangi (1840), con il quale i Britannici si assicurarono il controllo di quasi tutto il territorio. Furono introdotte le armi da fuoco dall’Europa e dal Nord America, che purtroppo vennero utilizzate in guerre inter-tribali, in cui morirono 30-40 mila Maori. Ci fu un declino del 40% nel numero della popolazione Maori nel 19° secolo, cioè da quando i missionari cristiani arrivarono a convertirli e a introdurre malattie contro cui non possedevano anticorpi.
Sebbene l’arrivo degli Europei abbia avuto un impatto profondo sul loro modo di vivere, molti aspetti della società tradizionale sono presenti ancora nel 21° secolo. I Maori partecipano appieno a tutte le sfere della cultura e della società neozelandese, vivono all’occidentale pur mantenendo i propri usi culturali e sociali. Nonostante l’integrazione avanzata, compresi i matrimoni interetnici, esistono sempre villaggi-riserva in cui vivono a migliaia e dove si svolgono celebrazioni anche a favore dei turisti, con danze, cibi, bevande tipiche e, naturalmente, haka, danza stilizzata che rappresenta sfida e minaccia.


Tutto questo lo abbiamo imparato strada facendo, perché l’esperienza neozelandese è stata ricchissima di stimoli e informazioni sensoriali e intellettive.

Il volo da Londra ad Auckland, esclusa la sosta di tre ore nell’orrida zona-transito dell’aeroporto di Los Angeles, dura 23 ore. Assolutamente consigliabile la business class, per i fortunati che possono permettersela. Già appena imbarcati si respira un’atmosfera diversa, rilassata, vacanziera. Sì, perché passiamo dall’inverno boreale all’estate australe. I compagni viaggiatori sono in bermuda e sandali, tantissimi giovani “saccopelisti”, belli, spartani, sorridenti. Già anticipano le evoluzioni che faranno sul windsurf e i trekking in alta montagna. Noi siamo tra i più vecchi e borghesi a bordo.



All’aeroporto di Auckland veniamo accolti da Ian, il nostro amico “kiwi”, che ci accompagna a casa sua, a Bucklands Beach, uno dei sobborghi di quest’immensa città, dove ci aspetta Chris con un pranzo preparato con le verdure del suo bellissimo orto sul mare.


 
Loro due li abbiamo conosciuti tramite un’agenzia di scambio di case. Nel nostro caso si tratta di scambio di ospitalità, per usufruire della stagione migliore per visitare i Paesi reciproci. Noi li abbiamo ospitati l’estate precedente, abbiamo fatto amicizia ed ora è la nostra volta. Nonostante siamo soggetti a un jet-lag debilitante, ci accompagnano in una lunga passeggiata sulle colline di Auckland, da cui possiamo ammirare la vastità mozzafiato della città, con l’oceano dappertutto, lagune, vulcani, isole e isolette innumerevoli, istmi, villaggi residenziali, verde all’infinito e, naturalmente, la “lunga nuvola bianca”: Aotearoa.

 KIA ORA! (Buongiorno!)
La natura neozelandese è incredibile e totalmente diversa da quella europea. Il verde è addirittura lussurioso, più che lussureggiante, fa venire in mente le forze primordiali che spingono per crescere e moltiplicarsi. Le gentili felci che nei nostri climi tappezzano il sottobosco qui sono alberi di tutto rispetto, legnosi, perenni, con chiome a ombrello che riparano dai raggi solari. La felce arborea Cyathea medullaris è pianta cara ai Maori, e la sua fronda,  arrotolata o no,  è il simbolo sia di Air New Zealand sia degli All Blacks.





Per i Neozelandesi il Christmas tree non è il piccolo abete che in Europa e Nordamerica viene decorato in casa con palline di vetro e luci intermittenti, ma un maestoso sempreverde detto pohutukawa (Metrosideros excelsa) dai fiori rossi e soffici come scovolini, una mirtacea simile al callistemon che cresce anche da noi, ma più portentosa.


 
Un’altra pianta dal nome buffo è il cabbage tree (albero-cavolo), il Cordyline australis, alto fino a 20 metri, con foglie lanceolate e rigide come spade, parente della yucca, e caratteristica del paesaggio neozelandese.
Ma l’albero sovrano per eccellenza, una conifera,  è indubbiamente il kauri (Agathis australis), gigante assoluto della flora australe, di cui il massimo esemplare, che si trova in una foresta sulla punta dell’Isola del  Nord, è alto 51 metri con una circonferenza di tronco di 14 metri. Si tratta di una specie rara e protetta, poiché i colonizzatori dei secoli passati l’avevano decimata per procurarsene i tronchi con cui realizzare alberi di navi, date le sue qualità di perfetta perpendicolarità e assenza di nodi fino quasi in cima, dove parte la chioma.
 


La ricchezza della biodiversità del Paese è seriamente protetta da leggi molto restrittive: è vietato importare semi e/o piante di specie non autoctone. E’ perentoriamente proibito importare mele o altri frutti, senza parlare poi di specie animali. Siate avvertiti. I Neozelandesi sono estremamente seri nella difesa della loro specifica biodiversità. In passato ci sono stati casi di importazione di specie ritenute innocue che invece hanno finito per prendere il sopravvento e causare l’estinzione di quelle autoctone. Particolarmente detestati sono i possum, piccoli marsupiali australiani, che in breve tempo si sono moltiplicati a dismisura e si nutrono dei germogli degli alberi tanto cari agli abitanti. Invece, dell’uccello-simbolo neozelandese, l’elusivo kiwi, non vedremo mai nemmeno una piuma.
Una caratteristica della natura neozelandese è che non comprende specie velenose o pericolose: non ci sono coccodrilli, serpenti, grossi felini; mancano perfino le ortiche. Qui si vive nel paradiso terrestre e ce lo si tiene ben stretto.
 
 

 Auckland non è la capitale, ma è la città più estesa e popolosa del Paese, il centro commerciale e finanziario e il porto principale. Si può dire che tutti gli abitanti possiedano o condividano la proprietà di una barca. Nonostante le dimensioni della metropoli, l’oceano non dista mai più di pochi chilometri da ogni punto e dappertutto ci sono piccoli porti turistici e cale con attraccate una miriade di imbarcazioni, di tutti i tipi e misure. 
 


 

Naturalmente anche Chris e Ian hanno una barca, e ci portano con questa a fare un giro dentro l’immenso porto. Vediamo spericolati windsurfer, profili di isole esclusive, fari galleggianti, scattanti silhouette di imbarcazioni da regata che si preparano per le gare, velieri maestosi (The Spirit of New Zealand) e la skyline di Auckland, caratterizzata dalla svettante Sky Tower.


 

 
Mentre Ian resta a bordo, Chris, Gigi ed io partiamo per una passeggiata sull’isola disabitata di Rangitoto, riserva naturale di specie di botaniche e aviarie. Tornati a bordo, partiamo per una gita di pesca, durante la quale saranno catturati diversi begli esemplari di succulenti snapper.
 
Memori di passate disavventure al largo della Cornovaglia, io e Gigi ci impasticchiamo contro il mal di mare, col risultato che Gigi è in perfetta forma e io mi addormento come un sasso e ronfo per tutta la gita di pesca e tutta la notte successiva. Chi dorme non piglia pesci, è proprio vero. Però li mangia.
Il giorno successivo andiamo a fare un picnic a Muriwai Beach, famosa per la spiaggia di sabbia nera e la numerosissima colonia di sule bassane.
 





Sfortunatamente al largo di Muriwai nel 2013 c’è stato un attacco di squali a un nuotatore che è poi morto. Un’evenienza fortunatamente molto rara. Noi però non corriamo alcun rischio, e godiamo di una giornata perfetta di sole e brezza, consumiamo il nostro ricco picnic e passeggiamo sulla lunga e soffice costa sabbiosa, fino a una grotta naturale, osservando le migliaia di sule appollaiate sulle rocce e i volteggi dei parapendisti. Di lì andiamo poi all’intrigante e solitaria spiaggia nera di Karekare, che ha conquistato celebrità grazie al film di Jane Campion Il piano, per alcune scene girate qui.
 
 

Tra le cose da fare e da vedere ad Auckland c’è Kelly Tarlton’s Sea Life Aquarium, molto più di un comune acquario, soprattutto per il luogo in cui è stato ambientato: invisibile dall’esterno, si trova nel sottosuolo in antiche vasche fognarie di decantazione in disuso, trasformate con tunnel acrilici curvi, anziché i soliti pannelli di osservazione piatti. Il progetto comprende anche nastri trasportatori per far muovere lentamente i visitatori nelle varie zone. Una di queste si chiama Antarctic Ice Adventure, e racchiude pinguini nel loro habitat a temperatura controllata.
 
 

E NOHO RA, AUCKLAND! (Addio, Auckland)

L’ultima sera ad Auckland la passiamo in giro per il Viaduct Basin, un progetto portuale “fallito” dei primi del novecento. L’idea era quella di creare uno spazioso bacino per i grandi mercantili sul modello del porto di Londra, ma furono sbagliati i conti e alla fine non c’era abbastanza pescaggio per le grandi navi, sicché il bacino venne e viene tuttora sfruttato come porto per yachts privati, imbarcazioni da pesca e di piccolo cabotaggio, nonché come punto di partenza per l’Americas’ Cup 2000. Oggi il Viaduct è la zona trendy di Auckland, con uffici e appartamenti di lusso, decine di ristoranti alla moda, mercatini e boutique, pub e locali notturni.  

 

Ci avviamo quindi lungo il Princes Wharf, il pontile dei principi, che ha l’aspetto di un transatlantico ancorato in porto, e arriviamo alla “prua”, dove c’è un albergo Hilton con ristorante. Il tavolo che abbiamo prenotato per la cena di ringraziamento e congedo da Chris e Ian è proprio sulla sommità del pontile, abbastanza in alto, quindi con magica vista di tutto il Viaduct Basin e il porto circostante. Sul pontile vi sono alcune interessanti panche a forma di trono, intagliate nelle essenze caratteristiche neozelandesi da artigiani locali, e naturalmente lì scattiamo le nostre ultime foto metropolitane.



(Continua)