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Monday, 27 January 2014

Sottosopra 4: Fine del Viaggio agli Antipodi





Dopo due piacevolissimi giorni trascorsi a Queenstown, siamo arrivati al giro di boa del nostro itinerario neozelandese nell'Isola del Sud. Abbiamo visitato la spettacolare costa occidentale di cui ci rimane un'ultima chicca, il fiordo di Milford, dopo di che risaliremo verso NE per la costa orientale, a detta dei locali molto meno sensazionale.

Ci troviamo nella punta meridionale dell'isola, oltre la quale vi è l'insidioso stretto di Foveaux che la divide da Stewart Island, la terza per grandezza, ma abitata da poche centinaia di persone. Il clima è cambiato drasticamente viaggiando verso sud, cioè avvicinandoci all'Antartide. Mentre tutta l'Isola del Nord gode di un mite clima subtropicale, nell'Isola del Sud si avverte una sensibile discesa della colonnina del mercurio più ci si avvicina al Polo.


Viaggiando verso Te Anau il tempo è in peggioramento: correnti di aria fredda e piovosa rendono il paesaggio molto simile a quello dell'Europa del Nord, la Scozia in particolare. Sebbene sia estate, è impensabile non indossare qualcosa di caldo e impermeabile. Tempo da escursionisti tosti. Arrivati al Top Ten Holiday Park, dove pernotteremo, prenotiamo subito la traversata di Milford Sound per la mattina seguente, poi ci avviamo per una camminata lungo la riva del lago Te Anau. Una brezza tesa e gelida increspa la superficie nera dell'acqua. E' possibile fare a piedi il giro del lago, per quanto vasto, ma non riusciamo a spingerci oltre la chiusa. Pochissimi altri turisti, compreso uno in bicicletta, sfidano le intemperie e il vento impietoso. Noi torniamo intirizziti e ceniamo presto.
 


L'indomani ci alziamo alle 5:30 per la traversata. Occorrono infatti per arrivare alla partenza due ore e mezza di macchina in mezzo a un bellissimo paesaggio deserto, ricco solo di vegetazione e canti di uccelli. Il battello che ci porterà in mezzo al fiordo di Milford Sound si chiama Milford Sovereign, ed è nuovo e carino. I passeggeri sono una manciata, e a tutti spetta una abbondante prima colazione.



Non ci sono parole per descrivere la maestosità di Milford Sound. Molti lo paragonano ai fiordi norvegesi; la scenografia sembra uscire da una saga nordica; le montagne a picco, tra cui la più spettacolare è Mitre Peak, emergono come coni verdi dalla superficie plumbea e si innalzano fino a 1500 metri, regalando la certezza di essere abitate da giganteschi troll e altri mostri. Milford Sound ha due cascate permanenti e un numero imprecisato di cascate temporanee dopo forti piogge. Il battello, ben protetto da una robustissima lastra di cristallo, passa direttamente sotto una di queste e ci regala un'emozione indicibile: lo scroscio dell'acqua è assordante e minaccioso.



Neanche qui mancano le colonie di foche ursine, e riusciamo a fotografarle stese su una roccia.
Il Milford Sound entra per 15 km nella terraferma dal Mar di Tasmania, alla bocca del fiordo.
 Il traghetto ci porta circa fino al centro del fiordo, dove si allarga notevolmente, poi ritorna all'attracco. La magnificenza del paesaggio attira migliaia di visitatori al giorno e fa di Milford Sound la destinazione turistica principale della Nuova Zelanda. Noi c'eravamo.






Tornando verso Te Anau, ammiriamo la catena degli aspri Monti Franklin e sostiamo davanti a meraviglie geologiche, come un ponte naturale sopra una cascata. Un simpatico kea (Nestor notabilis), una specie di pappagallo alpino, richiama la nostra attenzione. Di ritorno a Te Anau, facciamo una breve sosta pranzo e affrontiamo il lungo viaggio che ci condurrà sulla costa orientale.







I 500 chilometri percorsi sono il tragitto più lungo del nostro itinerario. Passando da ovest a est, il terreno da aspro e selvaggio divie-ne via via dolce e ondulato e il clima da minaccioso di-venta mite e gradevole. Ci fermiamo a Waikaouiti, sulla costa, un centro di allevamento di cavalli da trotto. Passiamo la notte in un motel sperduto, e la mattina facciamo una lunga passeggiata sulla spiaggia, incrociando qua e là cavalli montati e trottatori in allenamento. La brezza soffia a livello del terreno, sollevando la sabbia e creando fantasiosi effetti moiré.

 



Finalmente il tempo è in miglioramento. Ci mettiamo in marcia verso Akaroa, nella penisola di Banks, dove abbiamo prenotato una stanza all'albergo L'Hotel. sostiamo per pranzo a Oamaru, città  della scrittrice Janet Frame (1924-2004), autrice di Un angelo alla mia tavola. La cittadina ha un aspetto elegante e retrò, con begli edifici in arenaria chiara, ed è un punto di osservazione dei pinguini. Gli unici che vediamo, però, sono quelli del cartello stradale: "Rallentare: attraversamento pinguini".





La penisola di Banks è davvero spettacolare, come si vede dalla strada che la costeggia dall'alto delle falesie.



L'Hotel di Akaroa, antica colonia francese prima dell'arrivo britannico, dice di offrire sistemazioni di lusso. Meglio lasciar perdere. Speriamo che recentemente sia stato ristrutturato dalle fondamenta. La località è molto pittoresca e amata dagli artisti. Ci sono numerose barche in rada e seconde case piuttosto pretenziose. Sfortunatamente, la penisola di Banks si trova in una zona fortemente sismica, come hanno testimoniato i rovinosi terremoti del 2010 e 2011, che hanno semidistrutto Christchurch, immediatamente a nord di Banks, producendo 185 fatalità. La città non l'abbiamo visitata, ma sappiamo che la ricostruzione è iniziata rapidamente e in maniera efficace.







Penultima tappa: Kaikoura, la capitale dei cetacei. Si trova nell'angolo NE dell'isola, in una penisola nel Pacifico. Già centro di caccia alle balene, è diventata una delle mete favorite dell'ecoturismo, con numerose compagnie che offrono gite di whale watching.



Siamo qui per questo. Ci imbarchiamo e usciamo al largo fino a che in lontananza appare la silhouette di un capodoglio    sotto il pelo dell'acqua. La barca ferma i motori e la gente a bordo si prepara con le macchine fotografiche a immortalare il tuffo della balena. Dopo un bel po' di tempo, pigramente si immerge in profondità, sollevando appena un po' la coda fuori dall'acqua. Vabbè, poteva far di meglio.






Il vero divertimento arriva dopo, durante il rientro, quando una numerosa squadra di acrobatici delfini lageno-rinchi scuri ci intrattiene con esibizioni di salti fuori dall'acqua, tuffi, piroette e ci circonda emettendo suoni giocosi. Ci seguono per un po', e poi avvistiamo altri delfini, della specie cefalorinco di Hector, più piccoli e meno gregari dei primi, ma endemici della Nuova Zelanda soltanto. Sono una specie rara a rischio.




















La mattina del giorno seguente ci dirigiamo a Picton, dove facciamo un paio di foto al porto, prima di arrivare al traguardo di Blenheim, da dove eravamo partiti. Facciamo un ultimo pranzo in una cantina-ristorante, dove degustiamo gli ottimi vini neozelandesi e poi all'aeroporto.

Fine dell'avventura sottosopra. Purtroppo saremo presto di  nuovo SOPRA-SOTTO. Ma i ricordi ce li porteremo sempre con noi.

POROPOROAKI AOTEAROA!

DaniBlue, 27.01.14

Sunday, 26 January 2014

Sottosopra 3: Viaggio agli Antipodi (da Abel Tasman N.P. a Queenstown)


 


New Zealand - South Island (Isola del Sud). Siamo al nostro secondo viaggio sottosopra. Nel  primo avevamo assaporato l'Isola del Nord: Auckland, Coromandel e un po' di altre località turistiche molto affascinanti. Ci avevano colpito l'ospitalità e l'informalità degli abitanti, la dolcezza del clima, la bellezza del paesaggio, la natura incontaminata, la biodiversità e i grandi spazi liberi.


Stavolta visitiamo l'Isola del Sud, che copre un'area un po' maggiore della prima (150 mila contro 114 mila km quadrati), ma che è ancora meno popolata (1,05 contro 3,5 milioni di abitanti) e dove tutto risulterà più spettacolare, più drammatico, ancora più mozzafiato.

Tra le due isole passa lo Stretto di Cook, uno dei più imprevedibili e pericolosi al mondo. Gli intrepidi Maori lo traversarono oltre a 800 anni fa in canoa perigliosamente - e di sicuro tragicamente - ricavandone leggende spaventevoli. Essendo remota e di difficile accesso, l'isola rimane solo sparsamente abitata da poche tribù polinesiane fino al 19° secolo, quando un numero di Maori lascia l'Isola del Nord e vi si trasferisce, annientando e/o assimilando gli abitanti precedenti. Nel frattempo anche i Britannici vi si insediano e combattono i Francesi che avevano messo un avamposto ad Akaroa, riuscendo alla fine a dichiarare completa sovranità su tutta la Nuova Zelanda nel 1840.



 
Il nostro itinerario inizia a Blenheim, a NE della South Island, dove noleggiamo la Toyota Corolla che ci scarrozzerà per l'intero perimetro. Siccome piove, ci dirigiamo direttamente verso Nelson, città più a NW e porta d'ingresso per il parco nazionale Abel Tasman nel canale di Marlborough  (Marlborough Sounds). Il tempo è instabile e si prevedono peggioramenti. Durante il percorso adocchiamo una bizzarra costruzione lignea isolata nel cuore della boscaglia. Ci avviciniamo e scopriamo che si tratta di un Bed & Breakfast. Ci piacerebbe fermarci qui per dormire. Suoniamo e telefoniamo, senza però nessuna risposta. A malincuore continuiamo verso Nelson, dove pernottiamo in un attrezzatissima suite Trailways Lodge, con tanto di idromassaggio  in camera.

 





La mattina seguente vogliamo fare una lunga passeggiata nel parco nazionale ed entriamo nella giungla a Marahau, mentre notiamo che si sta preparando un temporale. Fantastica la vegetazione e i colori della baia e del cielo - smeraldo e blu cupo - magnifica la lunga spiaggia di sabbia dorata. Facciamo in tempo a fotografare un paio di sandpipers (scolopacidi) e un airone a distanza, prima di correre indietro sotto la pioggia battente. Le previsioni dicono che pioverà  per i prossimi due giorni dappertutto, tranne nella regione dei laghi ed è lì che ci dirigiamo, dopo aver prenotato alla Alpine Lodge di St. Arnaud.


Il luogo è nel cuore del grande parco nazionale dei laghi di Nelson (Nelson Lakes N.P.), regione di splendide escursioni alpine e sport invernali. Purtroppo, siamo costretti a passare quasi tre giorni rintanati in camera a causa dell'incessante freddo e pioggia. Al massimo usciamo a fare una breve passeggiata lungo la riva del lago Rotoiti e trascorriamo un paio d'ore nel Visitors' Centre. Per lo più, osserviamo la fauna aviaria - merli e anatre - attraverso la finestra della camera, facciamo bucati, giochiamo a sudoku, sorseggiamo sidro davanti al caminetto acceso e scriviamo un mare di cartoline. Anche i giovani e baldanzosi escursionisti dell'ostello adiacente appaiono depressi a causa dell'ostilità meteorologica. Fortunatamente, la cucina della baita è eccellente e copiosa.





Il terzo giorno non ce la facciamo più e saliamo in macchina per Westport, una località della costa occidentale, dove abbiamo prenotato il prossimo bed & breakfast. Sulla strada ci fermiamo a fare alcune foto del lago Rotoroa.

Il percorso segue l'impetuoso fiume Buller, ricco di rapide su cui si cimentano scavezzacollo in kayak, e che trasporta tonnellate di legname verso la costa. Arriviamo al Capo Foulwind (letteralmente: vento schifoso), denominazione appropriata per questo tratto di costa spazzato da bufere.



 
 Il paesaggio toglie il fiato per la bellezza selvaggia; il livore del cielo sottolinea la furia vincente della natura. Facciamo una passeggiata a piedi lungo un sentiero costiero ricco di meraviglie, compresa la colonia di otarie orsine che sonnecchiano sugli scogli.















Il nostro alloggio per la notte è a Carters Beach - che ha l'unica spiaggia sicura per i nuotatori sulla costa occidentale, dicono - in un enorme appartamento ben arredato e attrezzatissimo, parte del bungalow di un'anziana coppia, Marlene e Ross, due persone deliziose che si fanno in quattro perché ci sentiamo a casa. Il pane è fatto in casa (hmmm) e il giardino non è grande ma sgargiante di aiuole fiorite. I due sono anche guide gastronomiche competenti e ci indirizzano nel miglior ristorante della zona, il Bayhouse Café, che domina una vista mozzafiato sulla baia. Non ricordo il menù, ma so che era favoloso, sebbene meno memorabile del panorama.













Il giorno seguente visitiamo Punakaiki, o Pancake Rocks, un'attrazione geologica della zona, consistente in rocce calcaree stratificate erose dal mare e dal vento, che coprono una vasta area e comprendono sfiatatoi in cui si incanalano le onde marine che "sparano" getti simili a geyser.




 Ci sono ponti naturali sotto i quali volano gli uccelli, assordanti risacche, spruzzi e nebbia marina.




Di nuovo on the road arriviamo a Hokitika, in vista del Monte Cook nelle belle giornate, fotografiamo il faro e ceniamo in un ristorante francese di classe, il Café de Paris.  Ci divertiamo a confondere la cameriera ordinando in francese, quando è chiaro che non lo mastica nemmeno un po'. Il momento critico arriva quando chiediamo "L'addition, s'il vous plait". Quasi sviene. Pernottiamo al B&B Montezuma. Hokitika è la località principale della giada, dopo essere stato uno dei centri principali minerari per le miniere d'oro. Ha numerose boutique che vendono oggetti in giada e anche noi facciamo qualche piccolo acquisto.


Di mattina siamo di nuovo in viaggio per la regione dei ghiacciai. Occorre decidere se vedere il Franz Josef o il Fox. Optiamo per il secondo. Questi due ghiacciai sono unici in quanto partono da oltre 2500 m e arrivano quasi al mare, cioè a 300 m s.m. Ci si può avvicinare a piedi al Fox Glacier attraverso la giungla. La base è alta 20 metri di giaccio verdastro estremamente compresso.


Ritorniamo verso il mare, prendiamo visione del nostro alloggio e ci mettiamo di nuovo in marcia verso il lago Matheson nell'ora magica del tramonto.




Il Matheson è uno degli specchi d'acqua più suggestivi della Nuova Zelanda. Soprannominato "Mirror Lake", la sua tranquillità riflette le due massime vette del Paese, i monti Cook e Tasman, 3754 e 3498 metri rispettivamente. Lungo le sue rive, al tramonto vengono dozzine di giovani in attesa dei momenti magici all'alba e al tramonto, per le sfumature fortemente suggestive.



Il mattino successivo facciamo una passeggiata tonificante a Gillespie Beach, con lo sfondo delle Alpi Meridionali e il Mar di Tasmania ai nostri piedi. Come dappertutto in Nuova Zelanda, la spiaggia  è a perdita d'occhio e tutta nostra.




Alle 11 siamo prenotati per una gita in elicottero fino in cima al ghiacciaio Fox. Entriamo in sei più il pilota. Il volo ci toglie il respiro, la pressione si fa sentire sui timpani anche se indossiamo cuffie antirumore. Il colore verde del ghiaccio è causato dall'ossigeno intrappolato nella massa. In venti minuti o meno ascendiamo dal livello del mare fino a oltre 3000 metri. Durante l'ascesa vengono le vertigini se si osserva il paesaggio di crepacci profondissimi che sorvoliamo.






Sorprendentemente a nessuno viene il mal d'altitudine. La temperatura è straordinariamente mite in cima: 15-20°C e si può stare in maniche corte. Il sole acceca riflesso dal bianco del ghiaccio contro il blu intenso del cielo. Tutti scattano foto a gogò, poi si riprende l'elicottero e si scende a valle. Dall'alto il ghiacciaio appare una cascata bianca in mezzo al verde, che si rastrema e diventa un fiume liquido a pochissimi chilometri dalla foce.


Dopo aver visto questa meraviglia della natura, una prima assoluta nella mia esperienza, ci rimettiamo in strada. La prossima tappa è il lago di Wanaka, dove intendiamo fermarci un paio di giorni. Il tempo è molto variabile durante il nostro soggiorno; usciamo dall'albergo solo per brevi passeggiate a causa degli improvvisi rovesci. Ne approfittiamo per fare qualche bucato e giriamo in cerca di buoni ristoranti. La fortuna ci assiste facendoci trovare quasi per caso il Te Tawara, un ristorante creativo all'interno del circolo del golf. Purtroppo ha chiuso. Per me si meritava cinque stelle.
 

 


 
Dopo il secondo giorno siamo in partenza da Wanaka, ma prima facciamo tappa al Puzzling World, un parco di illusioni ottiche, puzzle, labirinti (io mi perdo in uno di questi) e altri giochi, in cui fotografo Gigi che sostiene la Torre Pendente.



Prima di arrivare a Queenstown, facciamo un'altra sosta ad Arrowtown, cittadina dei cercatori d'oro nel 19° secolo, preservata in modo esemplare; oggi frequentata da molti turisti tra cui noi, che decidiamo di farci uno spuntino e acquistare qualche manufatto locale (oro, giada e maglioni).




Ed eccoci finalmente a Queenstown, sulla riva del lago Wakatipu, acque turchine che riflettono la catena delle Remarkables, montagne rinomate per gli sport invernali. La città è una mecca per gli escursionisti e i praticanti di tutti gli sport, compresi quelli estremi. Ha un numero notevole di ristoranti di classe mondiale, alberghi, boutique e attrazioni varie. Paragonata alle altre località che abbiamo visitato è molto vivace e piuttosto cara. Siamo ospiti per un paio di giorni da un'amica di Chris, la nostra amica di Auckland, che ci accoglie cordialmente e ci aiuta a organizzare le nostre attività. L'anno successivo sarà nostra ospite. Queenstown mi piace parecchio, sento che potrei abitarci. E' internazionale e insieme immersa nella natura, attiva e anche un'oasi di tranquillità: va bene per tutti.




Una delle escursioni mattutine sarà una gita in battello a vapore, il TTS Earnslaw - l'ultimo della serie, costruito nel 1912 e ancora in servizio - con magnifici interni e strumenti in ottone lucidissimo. Attraversiamo la lunghezza del lago di origine glaciale (il più profondo del Paese: 370 m, di cui 70 sotto il livello marino) fino a Walter Peak, dove c'è una fattoria che opera a beneficio dei turisti, con cani da pastore che si esibiscono radunando il gregge, e una dimostrazione di tosatura delle pecore, nonché un ristorante e negozio di souvenir. Il tutto piuttosto commerciale, ma ben organizzato.



 

Nel pomeriggio ci aspetta una spettacolo di haka. Si tiene in cima a Bob's Peak che sovrasta la città, a cui si accede tramite cabinovia. L'ascesa è magnifica: la città rimpicciolisce a vista e il lago appare in tutta la sua maestosità. La linea passa in mezzo a vegetazione e natura e finalmente si arriva a Bob's Peak, dove c'è un ristorante con un palco dove sei Maori, tre uomini e tre donne in costumi e trucco tradizionali, si esibiscono in danze e canti, spiegando la natura e il significato di questi, e infine alcuni fra il pubblico vengono selezionati per una "lezione di haka". Purtroppo chiamano anche me. Non vi racconterò la figuraccia che ho fatto, e qualcuno ha osato perfino applaudire...
Finito l'incubo e rinunciato a scendere a piedi, visto che si è messo a piovere, riprendiamo la cabinovia e fotografiamo uno strepitoso doppio arcobaleno e una ragazza che si lancia nel bungee-jumping.



L'indomani partiamo per Te Anau.

(Continua)